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Martina Bonati

Un primo passo tenendo la paura per mano 

Martina Bonati, una faccia mille volti creativi: Arte drammatica, Pittura, Musica. 
3 aggettivi che utilizzeresti per descriverti: 

Diciamo che Martina è impaurita, ha tanta grinta ed è in scoperta.

Ma parliamo di M.A. ovvero la firma artistica che ho scelto per dare voce a riflessioni intime e creative. 

Con molta semplicità, grazie a questo nome d’arte mi permetto di coltivare la pittura ed il disegno senza autogiudizio sulla mia persona, per ora mi va bene così. 

Cosa pensi delle professioni artistiche e come ti ci vedi? 

Credo che voler essere artista implichi un giudizio altrui, nel bene e nel male.
E come mi è stato detto "Se sarà, Artista ti definiranno gli altri e non tu".

Nel mio lavoro cerco di non portare con me la presupposizione egoriferita di essere per forza un’artista, vado semplicemente verso un bisogno arricchendolo di studio e pratica.

Attualmente mi trovo in un periodo di scoperta. Sto imparando a sfruttare la pittura per sondare terreni intimi e scoprire il mondo che mi circonda. 

Secondo te, cosa è veramente necessario per lavorare nel vasto mondo dell’arte. 

Credo che l’arte necessiti di studio e tempo per arrivare ad una consapevolezza interna ed esterna. Il tempo è fondamentale per poter difendere il proprio punto di vista, la maturità dettata dallo studio e dalla ricerca permette di avere una visione ampia ed attenta.

L’arte necessita di precisione ed impegno costante non basta il talento. 

Come vedi il lavoro nel settore artistico e culturale in Italia? 

Spero che quando avrò tanta esperienza alle spalle ed una carriera artistica, il mio paese e la sua politica mostrino rispetto per le professioni coinvolte, non vorrei sentirmi data per scontata tra dieci/venti anni. 

Da parte nostra, giovani aspiranti lavoratori dell'arte, vi è sicuramente tutto l’impegno necessario per riuscirci. 

Come hai conosciuto l’Ex Mercato di Torre Spaccata e perché hai deciso di esporre le tue opere in questo luogo? 

Lo scorso anno ho partecipato al “Festival dell’Arte Spaccata” presso lo spazio culturale di Torre Spaccata. Macedonia Teatro ha organizzato un contest di corti teatrali dal titolo “Teatro Spaccato“. A breve si inaugurerà la seconda edizione dal 3 al 5 Giugno.

Le compagnie teatrali vincitrici della prima edizione hanno ottenuto l’assegnazione di residenze artistiche ed una data al teatro Tor Bella Monaca di Roma per i primi classificati. 

All’interno del festival vi era una sezione dedicata alle arti visive, dunque ho colto l’occasione per dare il mio contributo anche lì, esponendo per la prima volta due miei quadri che si sommano al talento di tutti i ragazzi e le ragazze coinvolte.

Credo che sia un’iniziativa di valore per chi, come me, vuole intraprendere un percorso professionale nel mondo dell’arte e dello spettacolo. 

Quest’anno collabori con Macedonia Teatro per l’ideazione della locandina della seconda edizione del “Festival dell’Arte Spaccata1, com’è nata questa partecipazione? 

Sinceramente è nata in modo molto spontaneo, ci siamo incontrate per definire idee e spunti. 

L’intento era quello di far conciliare il progetto della locandina con l’emotività sentita dietro l’organizzazione del Festival, nel segno del protagonismo giovanile e della valorizzazione dell’arte in tutte le sue forme. 

Una seconda edizione, soprattutto se la prima è andata bene, mette molta paura e insicurezza, perché l’aspettativa può fare brutti scherzi.

Durante l’incontro abbiamo parlato proprio di questo, abbiamo ragionato sulle emozioni provate e sulle energie percepite sotto pelle. Subito dopo, ho iniziato ad abbozzare dei soggetti. 

Infine, ne abbiamo scelto uno che rispecchiasse la sfera emotiva delle persone coinvolte e la creatività come punto di riferimento. La silhouette prosperosa del disegno tende ad evidenziare le forme rotonde che si lanciano nello spazio. 

Il corpo femminile stilizzato è evidenziato con tratti dinamici e sinuosi, nascondendo i lineamenti fisionomici.

Blu-oltremare è il colore scelto per la parte grafica del festival perché ingloba emotività contrastanti e intense. Ricorda le vastità del mare, ma anche la profondità degli abissi. Ed infine ciò che evoca è un coraggioso salto nel vuoto. Un nuovo inizio, tenendo la paura per mano. 

1Festival dell’Arte Spaccata“, seconda edizione, locandina, disegno di M.A.; grafica di Gaia Tirone e Claudia Auricchio 

Tu dici sempre “ non sono io che decido, è il quadro che mi indica le forme da seguire”, da dove deriva questo tuo approccio alla pittura? 

Sicuramente deriva dal percorso di formazione che ho seguito presso la scuola Steiner-Waldorf. Fin dalle medie ho imparato a seguire un approccio scolastico alternativo all’insegnamento classico. Il percorso formativo si concentra sulla costruzione della personalità e della coscienza dell’individuo per imparare a stare al mondo, non solo sull’insegnamento di nozioni.

La pittura mi ha sempre accompagnata durante la formazione scolastica e ho imparato a seguire il volere dei colori, dei pigmenti, a seguire l’istinto e non solo la logica. 

Ho imparato ad ascoltare il segno del pennello. Supportati da una tecnica precisa, i miei lavori si creano da sé seguendo le forme che mi offrono e che cerco di riconoscere ogni qualvolta mi metto a lavorare su carta o su tela. Si tratta della libertà di adattarsi e affidarsi alle forme che si creano autonomamente. 

Martina, tu sei anche musicista, oltre ad essere un’attrice d’arte drammatica e artista. Da dove nasce la passione per la musica? 

Deriva dalla famiglia in cui sono cresciuta. Mio padre lavora nel settore musicale e mi ha trasmesso questa passione. Dopo aver fatto molteplici tournée suonando con artisti nazionali ed internazionali, ha aperto la sua scuola di musica insieme a mio zio che è batterista. A sei anni ho iniziato a studiare canto e strimpello qualche strumento. La musica mi aiuta ad esprimere non detti, mi aiuta a fare chiarezza. 

Anche la volontà di essere attrice nasce dalla musica, in realtà. Da piccola avrei voluto essere cantante, ma crescendo mi sono resa conto che non mi bastava stare in piedi di fronte ad un microfono. Avevo bisogno di avere padronanza del corpo per poter lavorare anche sulla mia voce.

Così ho scelto di iniziare a studiare recitazione presso l'”Accademia d’Arte drammatica Cassiopea” a Roma. E attualmente mi sto specializzando nel doppiaggio cantato presso la scuola “Ermavilo” a Roma. 

Avendo tanti interessi, come vedi il concetto di scelta? 

Ora come ora, vedo le scelte come possibilità, mai come limite. 

L’importante è ricordarsi che si possono sempre prendere nuove decisioni, ci troviamo sempre di fronte a nuove scelte da decifrare.  

Referenze e Link:

Martina Bonati

Referenze e link: 
Festival dell’Arte Spaccata, seconda edizione“, 2022, organizzato e diretto da Macedonia Teatro in collaborazione con l’Associazione Culturale Calpurnia
 
Festival dell’Arte Spaccata, seconda edizione, locandina“, 2022, disegno di M.A.; grafica di Gaia Tirone e Claudia Auricchio 

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Alessia Eva Cerioli

Arte Esoterica: Oltre la superficie in pittura

Superficie e profondità, due facce della stessa medaglia, in fondo. L’una necessità dell’altra per assumere senso proprio. Consapevoli degli abissi del nostro essere dannatamente umani, sveliamo profondità emotive attraverso la sottile superficie epidermica. 

L’arte coinvolge i sensi, intensifica percezioni e concede interpretazioni soggettive che vanno al di là della volontà dell’autore. Arte non è imposizione. L’arte è libertà di guardare oltre il senso stretto delle cose. La pittura si fa materia concreta per idee, concetti, pensieri, emozioni. 

Questa settimana siamo impazienti di farvi conoscere le opere di una giovanissima artista che attualmente espone a Bologna e Lodi. Si chiama Alessia Eva Cerioli e frequenta l’Accademia di Brera. Offre una visione artistica e pittorica che va oltre la mera prospettiva terrena. 

Dal 13 al 27 Maggio 2022, Alessia espone alcuni dipinti, che fanno parte della ricerca “Tempio“, in occasione della mostra personale dal titolo “Condottieri della Luce” presso il Caffè Letterario di Lodi (via Fanfulla 3, 26900). 

Con parole sintetiche descrive l’universo empatico ed astratto generato attraverso le sue tele: 

«L’arte che professo è un’arte rituale, volta ad oltrepassare le finestre della realtà e ad aprire gli occhi su orizzonti mistici. 

Le vedute che dipingo sono visionarie, rappresentano ciò che vedono le entità a cui mi riferisco, da dove esse sono collocate. In altri casi invece cerco di racchiudere l’essenza ed il sentimento che sperimento, evocandone l’immagine mentale ed energetica. 

Mi interesso di mistica anche per lo studio del “bene” e del “male”, trovo ci debba essere una mescolanza tra i due per poter comprendere veramente quella che è l’essenza dell’essere umano. 
La spiritualità per come la vivo in prima persona mi è necessaria per connetterti all’io interiore, legato al mio destino personale. 

Le mie creazioni hanno il fine di connettersi all’anima interna delle persone e aprire nuove porte verso orizzonti sconosciuti o dimenticati. Non deve essere necessariamente una connessione religiosa, lo spirituale pervade tutte le cose. L’interpretazione dunque rimane libera, non impongo costrizioni, come è libero il sentimento provato davanti ad esse. 

Amo la profonda sincerità delle cose perché essa stessa è legata alla propria verità personale. 

L’arte ha la capacità di smuovere qualcosa di profondo, risvegliare la passione dimenticata che dimora in noi e ci accompagna nelle nostre vite.» 

Alessia, come intendi l’arte in generale e quale credi che sia il tuo modo, la tua strada? 

Credo che l’arte possa essere una strada per intraprendere un percorso introspettivo di conoscenza del sé, indipendentemente dal giudizio altrui. Queste mie parole sono dettate dall’esperienza.

Tutto quello che faccio ha la sua origine dal figurativo, perché è da lì che sono partita ed è lì che ha preso piede il mio interesse per le tematiche simboliste ed esoteriche. Dallo studio del figurativo sono passata alla performance artistica e all'arte come vita per andare oltre.
Come se l'arte fosse un prolungamento della nostra visione e della nostra anima. 

Da dove origina questo interesse spirituale da cui trai ispirazione per le tue opere?

Sono cresciuta in un ambiente familiare dove l’elemento mistico è sempre stato pane quotidiano. I miei genitori si occupano di vetrate artistiche per i luoghi di culto. Dunque questa sensibilità mi appartiene e ne sono consapevole.

Dopo un periodo di ribellione ed esplorazione personale ho iniziato a studiarne i simbolismi a modo mio. Mi ispiro molto alle letture che faccio.

Nel percorso di studio per la tesi Triennale analizzai il percorso della catarsi dell'anima, che si libera dalla caverna dell'oscurità arrivando alla rinascita spirituale.
Lì incontrai René Guénon, Elifas Levi e San Giovanni della Croce e poi fu tutto un involucro di curiosità.

In questo periodo sono molto interessata all’esoterismo dietro la figura del Re Salomone.

Invece i pittori che attualmente mi guidano sono Turner e Rothko, ma non mancano i grandi del Rinascimento, non posso dimenticare nessuno, sono parte di me e mi hanno accompagnata anche loro. 

Il titolo dell’opera che hai scelto di mostrare è “Il Drago delle Tempeste“, come spiegheresti il suo significato? 

I colori mi ricordano i draghi cinesi nel periodo dei festival per la rinascita dell’anno che precede la primavera. 
E la primavera è sempre stata una rinascita per me, più che il primo di gennaio.

C’è qualcosa nell’aria che rende il tempo diverso, una specie di tensione che ti indica che sta per succedere qualcosa di nuovo. E quindi si deve ripartire!

Si parte per andare verso la parte sconosciuta di se stessi (o del mondo). 

L’opera farà parte della mostra presso la Galleria de Marchi (via Portanova 1/d, 40123) dal 14 al 23 Maggio 2022, a Bologna.

Per quale motivo hai deciso di essere artista, pittrice e performer?

Guarda, sinceramente ho sempre avuto molta paura di intraprendere questa strada. Ho fatto altri mille lavori. Ma l’arte è sempre stata la mia terapia, il modo per mettermi a nudo. Ora che ne ho una maggiore consapevolezza sono pronta a dare tutte le mie energie a questa strada.

Ognuno di noi parte impreparato, d’altronde, in qualunque ambito, nessuno è impavido dal principio. Credo sia necessario calibrare il passo strada facendo.

Referenze e link: 

Alessia Eva Cerioli

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Massimo Sconci

Specchio specchio delle mie brame, il teatro serve per dialogare 

Con Massimo Sconci esploriamo in modo soggettivo il mestiere dell’attore. Vive a Roma, ma torna spesso a L’Aquila, dove è nato. Ama il teatro e crede che, come ogni altra forma d’arte, sia uno specchio della società.

Si impegna per portare davanti al pubblico un teatro di parola. Gian Maria Volonté è l’attore che definisce come maestro iconico e modello personale.

Come descriveresti il teatro? 

Ho sempre visto il teatro come un mezzo di comunicazione. Credo che possa essere inteso come luogo di scambio a livello empatico. Grazie ad esso si possono instaurare dialoghi lavorando a livello emotivo e narrativo.

Il teatro oggi è necessario per se stesso e per le proprie sperimentazioni contemporanee. Credo che il pubblico sia l’elemento imprescindibile per essere efficaci. 

Senza testimoni oculari il teatro viene meno, il palcoscenico si svuota di senso. Qui troviamo il suo essere allo stesso tempo espressione artistica e mezzo di comunicazione per raccontare la società in cui viviamo. 

Il periodo pandemico ci ha insegnato il valore delle persone in sala. Senza un pubblico e porte aperte il teatro stesso perisce. 

Come ti piace intendere il mestiere dell’attore? 

Questi ultimi anni di ripresa del settore culturale, ci hanno insegnato anche che la qualità vince sulla quantità. Come nella comunicazione, non importa quante parole si mettono insieme, è fondamentale trovare quelle giuste. Dunque, credo che essere attore sia un mestiere complesso, ma necessario per veicolare una forma di dialogo efficace. 

L’Aquila Nuova1 è il titolo della drammaturgia che hai scritto, diretto e portato in giro per l’Italia. Parla della tua città sotto le macerie, parla di distruzione e ricostruzione.
Perché hai deciso di affrontare un tema tanto sofferto? Quale è il messaggio che volevi comunicare?

Mi sentivo in diritto di farlo essendo Aquilano. Credevo fosse necessario portare sul palco un punto di vista soggettivo.

Ho scelto di prendermi la responsabilità di raccontare con tono satirico e ironico quello che per molti è rimasto un fatto di cronaca sui giornali. La prima intenzione era riflettere con i miei concittadini, volevo raccontare la memoria condivisa di un fallimento urbanistico, politico e sociale. Credo che dopo più di dieci anni dal terremoto del 2008 abbiamo ancora bisogno di una città nuova. 

“L’Aquila Nuova” ha bisogno di nuovi Aquilani, prima di tutto. La faticosa ricostruzione è stata fondamentale per riprendere in mano la quotidianità. Ma è necessario riconoscere che non sono gli edifici a fare le persone. 

L’Aquila ha bisogno di nuova linfa, di persone nuove. L’Aquila che vorrei vedere è abitata da cittadini che si sono scrollati il passato di dosso.

Il teatro di parola per raccontare il mondo. Con lo spettacolo dal titolo “I Buchi Bianchi2 hai utilizzato lo stesso tono satirico e scenografia scarna.
Hai deciso di raccontare una realtà che non ti appartiene:
La guerra in Siria. Perché?

Si, è vero il conflitto siriano non mi appartiene, ma non lo ho mai visto come una realtà troppo lontana da me. 

Mi interessa ed è per questo che ho voluto studiare ed approfondire le sue dinamiche di distruzione e ricostruzione. In qualche modo, queste due parole contrapposte legano sotto un medesimo denominatore due continenti. Oriente ed Occidente che trovano terreno comune in due drammaturgie che ho scritto e diretto.

Ritroviamo lo stesso tono ironico, ma con un’intenzione alla base diversa. Non sono siriano, dunque è una realtà che non ho vissuto in prima persona. Sentivo la necessità di portare il tema fuori dalla cronaca giornalistica. Sentivo il bisogno di metabolizzare le narrazioni in prima persona che avevo ascoltato attraverso il lavoro di divulgazione ed informazione delle associazioni culturali che frequento, tra cui l’associazione culturale Ararat3.

Anche per questa drammaturgia ho scelto di parlarne in modo soggettivo, ma non dal mio punto di vista. Assumo il ruolo di narratore, che attraverso la parola ripercorre la storia di Ahmir, un ragazzo tenace dal volto segnato che non si abbandona, tenta ogni giorno di ricostruire la sua vita da sotto le macerie della guerra. Ahmir continua a guardare il mondo con occhi nuovi, nonostante tutto. 

Trovo solo una differenza tra le macerie aquilane e quelle siriane: le prime sono causate da un evento naturale catastrofico; per le seconde invece, è l’uomo stesso a distruggere. 

Quale è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso il tuo lavoro? 

Credo che il mestiere dell’attore sia una professione responsabile. L’attore deve essere consapevole dello spazio scenico come deve praticare la consapevolezza nel mondo che lo circonda. Non si può ridurre al concetto di maschera, dell’interpretazione di un ruolo, qualunque esso sia. 

Dunque, che messaggio voglio trasmettere? Consapevolezza e responsabilità. Ho scelto questo mestiere perché attraverso di esso mi sento concretamente immerso nella realtà presente ed attuale. 

Crediti fotografici articolo:
Ritratto fotografico per la copertina: 

Angelo Difazio

Referenze e link: 
 
L’Aquila Nuova, Dieci anni dopo“, Muspac, 29 marzo 2019 

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Giulia Carrara

Lettera alla me adolescente

Appassionata del teatro e della scrittura, Giulia Carrara crede nell’arte come via per esternare parti sconosciute di sé al fine di riconoscerle come proprie.

Questa settimana la rubrica Spacc’Artista tocca corde nuove che dal mondo dell’arte riconducono all’alveo delle storie personali; sondiamo terreni intimi, personali con la delicatezza del raggio di sole di una mattina d’inverno. 
Fare l’attore vuol dire portarsi dentro maschere e ruoli interpretati, ma in questo caso non ne avremo bisogno.

Abbiamo incontrato Giulia Carrara, giovane attrice diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, Cassiopea. 
Grazie a Giulia possiamo affrontare con uno sguardo personale tematiche tanto complesse quanto soggettive: l’adolescenza, l’amore per sé stessi, l’accettazione della propria persona ed il rispetto di sé. 
Macrotemi intricati che possono essere ricondotti a quel periodo adolescenziale di sviluppo e trasformazioni difficili da decifrare. D’altronde ciascuno ha avuto la propria adolescenza e vi è un’unica certezza per tutti: nessuno ne esce indenne. 

Giulia Carrara oltre ad essere un’attrice di teatro posa come modella per shooting fotografici. Sperimenta, scrive e riflette. Le abbiamo chiesto di scrivere una lettera alla ragazza adolescente che era. Quello che ha scritto ci ha commosso. 

Senza ulteriori indugi vi permettiamo di leggere quelle parole scelte con cura, gentilezza e amore. 
Crediamo che tutti abbiano bisogno di accarezzare quelle parti di sé appartenenti ad anni passati. Crediamo nel potere delle parole.
Buona Lettura.

Lettera alla me adolescente

CARA ME, TI SCRIVO RICORDARTI CHE SEI FORTE E GENTILE.

Ciao Giù! Come stai? Matematica sempre 4?!
Daje.

Non sono qui per darti buone o cattive notizie.
Sono qui semplicemente perché ho bisogno di dirti che andrà tutto bene… dopo un po’.
Non subito. Ci metterai anni a capire che va davvero tutto bene.

Ci metterai anni a lasciare andare e ci saranno dei momenti in cui mollare ti sembrerà l’unica via d’uscita.
Ti sembrerà di essere già arrivata al capolinea: vai oltre. Sfondalo. Puoi. Se sono qui ora è perché significa che ad un certo punto lo hai fatto.
Grazie.
Grazie per averci salvato.
Potevi solo tu. 

So che ti sei sempre accettata, anche quando la salute ha deciso di disegnare sul tuo corpo delle cicatrici che sono ancora qui.
So che hai passato dei momenti bui chiusa nel bagno al piano terra della vecchia casa in campagna.
Io ricordo tutto.
So quanto tu ti ritenga incapace di essere “normale”, una adolescente qualsiasi, con un volto qualsiasi e un corpo qualsiasi, so che i tuoi vestiti stravaganti sono la tua maschera preferita: il megafono perfetto per urlare al mondo quanto tu sia arrabbiata.
Lo so che sei arrabbiata, vuoi delle news? Lo sarai ancora, sempre di più e sarai così arrabbiata da trasformare la rabbia in fame verso il mondo, verso l’arte, verso le persone.
Ti sei sempre battuta per te stessa come hai meglio creduto e quello che sono ora è il risultato della tua instancabile rabbia verso le ingiustizie sociali e verso la stereotipizzazione delle persone.
Ti dico chi sei ora:
Sei diventata un’attrice (a proposito mi raccomando fai il laboratorio teatrale della scuola, è da lì che partirà tutto!).
Sei diventata una fotomodella.
Lo so, non ci credi perché tu odi le foto e detesti sorridere. 

So che hai eliminato ogni foto dei tuoi 16 anni.
E soprattutto non ci credi perché non credi abbastanza in te stessa.
Perché pensi di non essere abbastanza per svelarti al mondo per quello che sei ed invece il mondo non aspetta altro che te.
Il mondo ha bisogno di storie e tu, ancora non lo sai, ma tra qualche anno ne avrai da raccontare.
E troverai le tue persone.
Le troverai dopo molti anni, non lo nego, ma le troverai e accoglieranno il tuo dolore, la tua rabbia, la tua stanchezza e le trasformeranno in felicità.
Ci sarà un momento in cui riderai moltissimo.
Ma proprio tanto.
Tornare a guardare le stelle avrà nuovamente un senso.
E ti piacerà sorridere.
Ti riprenderai tutto quello che pensavi di aver perso.
Tutto quello che pensavi di non aver avuto.
Non hai bisogno di cambiare.
Non devi aspettare che principi o principesse ti vengano a salvare. 
Non è una questione di bellezza.

Non cambierà il tuo volto e non cambieranno le opinioni che le persone hanno di te.
Cambieranno le tue priorità e i tuoi valori. Lì avverrà la vera rivoluzione.
Ti innamorerai di quel mestiere che pensavi non avresti mai fatto, tu che venivi presa in giro da tutti perché considerata bruttina e strana, ricordo ancora le palline di carta lanciate nei capelli e le risatine alle tue spalle. Ricordo tutto.
Non c’è un modo per dimenticare o cancellare gli eventi: devi accettarli.
Ci penserà l’arte a esorcizzarli, ci penseranno il teatro, il cinema, la fotografia, saranno loro le tue armi, i tuoi alleati con cui lenire le ferite del passato.
Fidati e affidati.
Conta su te stessa.
Amati alla follia e abbi rispetto di te stessa. 

Ti amo,
Jules ❤️️

Giulia, grazie per aver esposto te stessa e le tue esperienze. Ci vuole coraggio per sondare terreni intimi. Apprezzo il tuo modo di essere personale ma universale allo stesso tempo. 
Era questo il tuo obiettivo nella scrittura della lettera a te stessa?

Si, il messaggio che vorrei veicolare è avere sempre il coraggio di perdonarsi. Ho voluto avere parole gentili per quell’adolescente che ancora mi assomiglia. Ora voglio essere la Giulia che è cambiata e non vuole essere più cattiva con sé stessa. 

Piuttosto che regalarmi odio ho imparato ad accettarmi. E credo che tutti abbiamo bisogno di amore verso gli adolescenti che non siamo più.
Comprendo la bambina che porto dentro perché ho capito che si è trovata in situazioni difficili da gestire da sola. Eppure ce l’ha fatta. 

Perché credi che questa lettera possa essere utile per chi legge?

Non ho voluto raccontare esperienze troppo dettagliate, un po’ per proteggermi un po’ perché credo di non essere al centro del mondo. Dunque il mio obiettivo era scrivere affinché tutti potessero comprendere e comprendermi. Grazie per l’opportunità che l’Ex Mercato di Torre Spaccata mi ha dato, offrendomi carta bianca per mostrare parti di me e di ciò che sono ora. Ho cercato di sfruttarla appieno per mostrarmi trasparente.

Non avrei voluto parlare in prima persona, ma l’adolescenza è una fase turbolenta per tutti. Non vi sono tracciati da seguire, ognuno ne fa esperienza a proprie spese, dunque sarebbe stato inutile riversare parole ed esperienze specifiche di vissuto personale. 

Magari leggendo le mie parole qualcuno vi si potrà immedesimare. Anche se arrivassi ad una sola persona sarei felice. Forse è esattamente quella persona che ha bisogno di amarsi in questo momento.

Si evince dalle tue parole che la tua adolescenza non è stata un terreno facile da attraversare. Tra rabbia, incomprensioni e probabilmente atti di bullismo subiti a cui accenni in modo sfuggente. Che cosa ne hai fatto di tutto questo e che cosa resta ora?

Credo che la Giulia che riconosco oggi, abbia imparato a non vedersi come vittima di un universo meschino. 

Sono consapevole che siamo tutti vittime e carnefici di se stessi e degli altri; come chi bullizza e umilia probabilmente lo fa perché si è sentito ugualmente umiliato ed offeso in altri contesti personali. Ora mi perdono per quello che sono stata e quello che sarò, creo nuove narrazioni per me stessa. 

In particolare, l’Accademia d'Arte Drammatica mi ha insegnato ad accettarmi ed accettare l’altro per come è. La comprensione verso me stessa attraverso la recitazione ed il teatro mi ha permesso di riabbracciare quella bambina arrabbiata e strana agli occhi altrui.

Il teatro è stato per me un percorso di studio e di sperimentazione personale che ha permesso la maturazione e la reintegrazione di parti essenziali del mio carattere. Così ho anche imparato a non avere paura delle persone intorno a me, ho trovato amicizia e supporto. Mi sono sentita ascoltata, accolta dalle persone con cui ho studiato recitazione  e con le quali ancora oggi mi capita di lavorare insieme. 

Link utili e crediti fotografici: 

Giulia Carrara

Elvira Dandrea

Carmen Sorrentino

Ciro Scardamaglio

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Luigi Barbaresi, in arte Ginòb

Emozioni Metalliche: come il ferro prende forma propria

Questa settimana abbiamo fatto due chiacchiere con l’artista contemporaneo Ginòb. Eclettico, brillante, autentico e schietto nelle risposte. Un’anima pragmatica e creativa. 

Classe 1937, nasce da una famiglia di lavoratori nel quartiere romano di Casal Bertone. 
Giovanissimo parte per l’Argentina in cerca di futuro.
Inizia a lavorare come operaio nell’officina dello zio. Dopo alcuni anni di praticantato cambia città e lascia Mar del Plata per lavorare in un’industria argentina specializzata nella produzione di silos di contenimento per petrolio e benzina, si allontana dalla famiglia e dagli affetti.

Dai frammenti di una vita dedicata al lavoro nasce quel forte legame con i pezzi di ferro che caratterizzano le sue sculture. Si tratta di Ready Made realizzati con pezzi industriali di scarto. Ginòb si cimenta nel recupero di materiali industriali e pezzi di ferro.

Dopo essere tornato in Italia ha aperto un’officina a Tor Pignattara. L’officina è diventata negli anni un vero e proprio studio dove lavora con tornio e saldatrici per assemblare chiodi, lamiere, serrature. ricrea sculture zoomorfe e composizioni che parlano del mondo e della società.

L’artista ha occhio per gli incastri. Utilizza ingranaggi, viti, chiodi, lamiere per assemblare narrazioni contemporanee che parlano di società, politica, cultura e libertà espressiva.

Ha scelto l’Ex mercato di Torre Spaccata per esporre le sue opere. Abbiamo colto l’opportunità per intervistarlo. Qui potrete trovare tutto ciò che ci siamo detti.

Hai vissuto tutta la tua giovinezza in Argentina, poi hai deciso di tornare in Italia con la tua famiglia. Hai dedicato la vita al lavoro e alle tue sculture.
Cosa lasci di te a Roma? 

Allora, come dico sempre ironicamente ai miei amici, lascio a Roma la mia officina di pezzi di ferro e la scultura che mi è stata commissionata in memoria delle vittime del bombardamento del 3 marzo 1944. Si trova a Largo Antonio Beltramelli. Il giorno che non ci sarò più, se qualcuno vuole buttarlo via…

Dove si trova il tuo studio? 

Si trova a Tor Pignattara, è una ex officina. Quando ci sono è sempre aperta perché senza il mio lavoro sarei morto. Lì colleziono e raccolgo pezzi di ferro, viti, punte di trapano, chiavi e serrature. 

Sono molto legato al ferro, ci ho lavorato per una vita intera. Accumulo materiali industriali grezzi e metallici, ma non è una raccolta senza scopo.
Ogni pezzo che tengo in officina è parte di una scultura che ho già in mente.

Quando hai capito che dovevi essere artista, quando hai iniziato a lavorare alle tue sculture metalliche? 

Da sempre. Ho sempre lavorato con il ferro e quando vedo chiodi, viti e bulloni mi vengono “Lampi di idee” come diceva un amico pittore. 

Per questo la seconda mostra che feci nella mia vita si intitola “Lampi”.

Invece, la prima mostra a cui partecipai a Roma si intitolava “Avanzi”.

Perché avanzi? Perché mio padre quando vide i miei avanzi, tra parentesi cacca, disse a mia madre: «questo diventerà un artista da grande.» 

Questo vorrei che fosse anche  l’incipit della mia biografia, se mai a qualcuno venisse in mente di scriverne una. 

Quali sono i ricordi che appartengono all’Argentina?

Sono emigrato quando avevo 17 anni. Non ero ancora maggiorenne, i parenti che già erano partiti mi stavano aspettando. Sono arrivato a Gennaio. E sono finite le mie vacanze. Ho lavorato nell’officina di mio zio, poi decisi di seguire un mio amico per entrare a lavorare in un’industria che produceva silos per i carichi di benzina e petrolio. Ho conosciuto tanti italiani come me in cerca di futuro. 

Ho sempre lavorato. Poi sapevo cantare, dunque entrai a far parte delle orchestre nei night argentini come cantante. Ho collezionato esperienze e ricordi. Ora colleziono pezzi di ferro e sculture.

Perché hai scelto come nome d’arte Ginòb? 

Quando cantavo in Argentina mi facevo chiamare Gino Villy. Per le mie opere, invece, sapevo che avrei dovuto trovare un nome sintetico che mi permettesse di firmare le sculture velocemente. Dunque ho usato il diminutivo vezzeggiativo di Luigino, lo ho tagliato ed è diventato Gino. Poi, ho solo aggiunto la B di Barbaresi. Dunque, ora mi faccio chiamare Ginòb. Semplice e pratico. Non suona bene? 

Ho sempre lavorato. Poi sapevo cantare, dunque entrai a far parte delle orchestre nei night argentini come cantante. Ho collezionato esperienze e ricordi. Ora colleziono pezzi di ferro e sculture.

Quali sono i materiali che preferisci utilizzare nelle tue sculture? Quali si adattano meglio alle tue idee? 

I chiodi, ma perché ce ne ho un milione. Di forme e misure diverse, ne ho talmente tanti in studio di lunghezze e spessori diversi. Si adattano bene ai disegni preparatori che faccio per dare una forma riconoscibile alle mie opere.

L’opera dal titolo “Battiti Ok” è interamente fatta con chiodi di diverse misure assemblati insieme per formare il tracciato dell’elettrocardiogramma. 

Il ferro mi fa sempre battere il cuore.

La mostra personale presso l’Ex Mercato di Torre Spaccata ha come titolo “Emozioni Metalliche“.

Credo nelle mille possibilità dei frammenti metallici per dar vita ad idee che parlano con un linguaggio contemporaneo. Credo nella libertà espressiva attraverso pezzi metallici. 

Referenze e link:  

Ginòb

L’Ex Mercato di Torre Spaccata ospita in mostra permanente le sculture che sono state donate dall’artista negli anni.

Anche quest’anno, Ginòb ha scelto la nostra associazione per esporre le sue opere dall’anima metallica ed abbiamo colto l’occasione per fare due chiacchiere con lui. Un uomo brillante, veloce, pragmatico ed essenziale. Grazie Ginòb per la tua disponibilità.

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Sergio Di Giangregorio

Musicista, chitarrista, cantante, fonico ed ideatore del format “Faccio Cose”. L’Open Mic di Roma. 

Faccio Cose“, è un format di musica dal vivo e stand-up comedy nello stile inglese, cucito su misura per giovani artisti ed artiste che cercano opportunità nella capitale.

Perché vogliamo parlare di Open Mic, Stand-up Comedy e musica dal vivo? Perché ci è mancato tutto. Tanto. 

La musica non si può ridurre ad ascoltare un pezzo in macchina o dalle cuffiette.

Quante volte capita di rivivere emozione attraverso un testo di una canzone. Ecco, la musica non è solo note che funzionano bene insieme. È anche energia, condivisione di esperienze diverse, ma comuni. 

Abbiamo fatto due domande a chi crede nell’esperienza di fare musica. E ha trovato il modo di sostenere giovani artisti creando per loro l’opportunità di esibirsi.

Sergio Di Giangregorio è un musicista; chitarrista, cantante, fonico ed ideatore del format “Faccio Cose” cucito su misura per Roma. 

Il suo format di Open Mic e Stand-up Comedy nasce a Gennaio 2022 con una semplice idea condivisa tra amici. Poi, l’iniziazione ufficiale a Febbraio di quest’anno. 

Lunedì e Mercoledì lo troviamo al Caffè Letterario di Via Ostiense 59. Un locale storico tra San Paolo ed il polo universitario di Roma Tre, centro di ritrovo per studenti e studentesse.
Il martedì, per due volte al mese, “Faccio Cose” si sposta al Let it Beer, zona Tiburtina, tra piazzale del Verano e Piazzale delle Provincie. 

Abbiamo fatto due domande a Sergio Di Giangregorio. Ci siamo incontrati al Caffè Letterario per capire la filosofia che c’è dietro all’organizzazione del suo open mic. 

Porta un chiodo di pelle nera ed ha il tempo contato. Alle 21.00 inizia la serata. Deve preparare il palco, si assicura che che tutto sia a posto. Ha lo sguardo attento, si guarda intorno cercando di prevedere esigenze, persone e cose; è vigile. 

Senza troppi indugi, ho iniziato con la prima domanda. 

Perché nasce Faccio Cose Roma e quali obiettivi ti sei posto?

Faccio Cose” nasce perché ero stanco di girare per l’Inghilterra. Sono tornato a Roma dopo cinque anni di esperienze, belle e brutte. Mi sono divertito, ho girato tra festival musicali, locali e pub di Bristol. 

Quando sono tornato a casa, ho investito tempo ed energie per offrire a giovanə artistə quello che io ero andato a cercare fuori. 

Il format di Faccio Cose Roma si ispira ai contest musicali che troviamo nei “British Pubs”, ma con un’ottica differente. 

Non mi interessa la competizione. Quello che cerco è la condivisione e l’esperienza di fare musica dal vivo. Siamo tutti sulla stessa barca e non credo nella gara tra musicistə, cantantə e/o comicə per aggiudicarsi un premio qualunque.

Faccio Cose è uno spettacolo per valorizzare artistə emergentə che hanno il coraggio di portare se stessə sul palco. Di solito, le nostre serate finiscono con una jam session dove tutti i partecipanti sono liberi di salire sul palco per improvvisare all’unisono, questo credo sia il vero senso di fare musica.

Come fai recruiting di artisti ed artiste che si vogliono esibire?

Curo con attenzione la pagina Instagram di Faccio Cose Roma e stiamo crescendo giorno dopo giorno; è facile partecipare, basta scriverci in DM. 

Dopo aver letto con attenzione tutte le proposte che ci arrivano, stilo una scaletta e contatto direttamente gli artisti e le artiste selezionatə. Sono entusiasta di veder crescere il progetto in modo organico e spontaneo. 

Anche tu sei un musicista e cantante, ti capita di esibirti con i giovani artistə sullo stesso palco di Faccio Cose Roma

Come ho già detto prima non mi interessano le gare. E Faccio Cose non è un contest, è uno spettacolo. Dunque, molto spesso mi capita di accompagnare ragazzi e ragazze con la chitarra acustica o la batteria. Li supporto e cerco di valorizzarli nel miglior modo. 

A fine serata suoniamo tutti insieme e si creano sempre energie bellissime grazie alle quali trovo una motivazione in più per portare avanti questo progetto.

Come vedi le classifiche in ambito musicale? 

Le classifiche non appartengono solo alla musica, pure al ristorante sono importanti le recensioni, le stelline ed i punteggi con Tripadvisor.  

Ci sono sempre state e sempre ci saranno. A me non sono mai interessare. Ascolto per lo più fuori classifiche e fuori classe. 

Credi nel talento? 

No, credo nel duro lavoro e nei momenti di crisi.

Crisi dal greco significa scelta, bivio.1 Le scelte mettono in crisi, ma servono per cambiare ed evolvere. Grazie alle scelte che ho fatto mi sono scoperto. Le crisi servono per riconoscersi e cambiare direzione. 

Ho scelto di abbandonare una carriera stabile in un ufficio del Regno Unito. Ho ritrovato Roma e la sua voglia di fare.
Ho scoperto artisti, ho visto ragazzi sudare per esporsi ed esibirsi sul palco. Dunque, credo più nel duro lavoro, poco nel talento.
Qualsiasi talento, senza impegno è come un campo arato senza semi. 

1 Crisi, vocabolario online Treccani 
Referenze e Link:

Se cercate l’opportunità per esibirvi, basta scrivere in Direct Message alla pagina Instagram @facciocoseroma!

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Tamango

Sono un gruppo piemontese dalle sonorità selvagge, tribali, ricordano terre gitane, ma si chiamano come un cocktail torinese.

Tamango. Alberto Delfino Tirelli studia giurisprudenza, Marcello Lupo Maida studia filosofia, mentre Federico Anello Economia. Manfredi Maida è il “Tamango” acquisito che si occupa della gestione manageriale del gruppo, non solo, si occupa delle date per i live in giro per l’Italia. 
A breve escono luoghi e date per ascoltarli di nuovo dal vivo! 

Abbiamo fatto due chiacchiere. Qui potete trovare tutto ciò che ci siamo detti. 

Baby Moon, il nuovo singolo, è fuori su tutte le piattaforme. 

Avete appena pubblicato il videoclip su YouTube.
Come è nato questo nuovo progetto? 

Marcello: «Ogni progetto nasce da un’idea comune. Marcello è la testa, Federico le braccia, Alberto le gambe. 

Poi Manfredi, fa da fratello maggiore a tutti noi, ha iniziato a collaborare con le prime grafiche, ora è il quarto Tamango

Il tamango che non vuole suonare ” dice chi ci conosce. 

Manfredi, (N.d.A. fratello maggiore di Marcello Maida) gestisce la parte manageriale del nostro progetto musicale. È fondamentale per portare avanti ciò che ci fa sentire un gruppo con interessi differenti e passioni comuni.» 

Manfredi, la domanda sorge spontanea: credi nel progetto dei Tamango o la tua collaborazione è semplice espressione di amore fraterno? 

Manfredi: «Ai tempi del primo pezzo pubblicato, Malmesso, mi sono trovato nel ruolo di fratello maggiore che sapeva usare photoshop per l’urgenza di una copertina credibile. 

Sicuramente dopo la pubblicazione dell’EP ho sposato il progetto appieno. Ovviamente è difficile scindere le due cose, ma è molto semplice essere innamorato di una cosa che mi sembra anche forte. Se sono ancora qua è perchè ci posso credere senza essere influenzato da dinamiche familiari.»

Tamango. Ho letto su internet che a Torino esiste un cocktail dalle proprietà mistiche che porta lo stesso nome.
C’entra qualcosa con il nome che vi siete dati? 

Federico: «La parte allucinogena e mistica è una menzogna, ma esiste questo drink in Piemonte. Sicuramente è un mix di sostanze dall’elevato tasso alcolico, ma tutto il resto è leggenda.»

Marcello: «Ti diciamo la verità, per la scelta del nome ci siamo trovati in grande difficoltà. Fin dall’inizio volevamo fare musica. 

Andavamo al liceo insieme, ci siamo trovati, abbiamo iniziato a produrre musica. Solo dopo aver scritto la prima canzone abbiamo pensato ad un nome per il gruppo. 

Il tamango, come drink, c’entra perché è una roba particolare che appartiene alla realtà piemontese da cui veniamo, non è il gin tonic, per dire.» 

Federico: «Tamango era una delle prime opzioni. L’abbiamo scelto perché è una parola dalle sonorità rotonde. Si sentono vocali e consonanti che suonano bene in bocca. Un nome sintetico ed eufonico. Ricorda atmosfere Latino-Americane. Ci ispirano le ambientazioni lontane ed esotiche, ci piacciono le miscele di colori musicali, perseguiamo invano contaminazioni con lingue straniere, sperimentiamo. E ci divertiamo nel farlo.» 

Prima di partire con il nuovo progetto, avete fatto un live ai Giardini Ginzburg di Torino. Come è stata la risposta del pubblico? 

Alberto: «Ho un passato di birrerie e pub dove suoni e nessuno ti ascolta. Invece, nei concerti che abbiamo fatto fino ad ora, le persone erano molto attente e cantavano le nostre canzoni. Per i live, in particolare, abbiamo altri tre musicisti che ci seguono e ci supportano per riarrangiare i pezzi. Con una base solida musicale, è stato tutto molto entusiasmante. A me personalmente piace tantissimo suonare live perché è una vera esperienza. Si creano energie e sintonie non ripetibili.» 

E sul digitale? Qual è stata la risposta dei social? 

Alberto: «Sui social non c’è mai un riscontro tangibile. Non si ha mai il privilegio del riscontro umano che, al contrario, possono offrire i live. Se una cosa emoziona la vedi subito, invece nel momento in cui pubblichi un contenuto online è difficile capire quando si fa la cosa giusta. 

Ma crediamo anche che le due realtà siano molto interdipendenti, almeno nella nostra esperienza. Nel senso che, ad ogni concerto, abbiamo incontrato un pubblico interessato che ha iniziato a seguirci sui social. Non è scontato per noi. Magari abbiamo toccato corde che hanno fatto incuriosire o semplicemente siamo piaciuti.» 

Marcello: «In un mondo dove magari per dimostrare interesse con i dati è anche importante il “like” o il “follow”, senza alcun giudizio a riguardo, i live ci hanno permesso di entrare in contatto con un pubblico anche digitale che prima non ci conosceva. Ne siamo veramente felici.»

Ho visto che avete creato un sito per le vostre magliette, dallo stile grafico minimale e raffinato, dal gusto tribale come un simbolo di appartenenza alla vostra realtà, creata da zero ed in continua sperimentazione. 

Marcello: «Sì, in realtà anche per le magliette è nato tutto per caso. 

Dopo un concerto che abbiamo fatto a Torino abbiamo conosciuto dei ragazzi che producevano stampe su magliette e ci hanno proposto di creare delle stampe per i live. Inizialmente siamo partiti con una produzione molto limitata, poi abbiamo creato il sito Shop – Tamango

Crediamo negli incontri e nel caso; quando si ha chiaro in testa l’obiettivo da raggiungere la casualità degli eventi porta spesso nella direzione giusta.» 

Tamango, Concerto Chieri, 25 settembre 2021

Avete già in programma delle date per i prossimi live? 

Manfredi: «Si, Non vediamo l’ora. Abbiamo già delle date su Torino e Chieri. Ancora in definizione i live a Milano e Roma. 

Quest’estate abbiamo intenzione di allontanarci da Torino. Saremo sicuramente in Puglia, perché siamo entrati in contatto con un’organizzazione che organizza Festival per il periodo che va da Aprile a Luglio. 

Appena avremo le date ufficiali saranno pubblicate sui nostri social.» 

Ho rivisto molti riferimenti cinematografici sia nei testi dell’EP che nei videoclip. Citate Wim Wenders con “Il Cielo Sopra Berlino” mentre Woody Allen ricorre nel testo di “Maladie D’Amour”. 
Da dove nasce questa passione per il cinema? 

Marcello: «Allora, partendo dal presupposto che Alberto al liceo organizzava cineforum nei giorni di autogestione, la verità è che i riferimenti cinematografici sono spesso capitati. 

Per dire, “Il cielo sopra Berlino” non si chiamava così. Il titolo originale è “Ombra Cinese”. 

Poi mia mamma, ascoltandola, disse che il testo le ricordava la trama del film di Wim Wenders. Nessuno di noi tre aveva mai visto quel film.» 

Federico: «Ho visto il film [Il cielo sopra Berlino (Der Himmel über Berlin, 1987)] dopo aver scritto la canzone. Lo stesso vale per i titoli delle nostre canzoni. Sono l’ultima cosa che rivediamo dopo aver scritto e prodotto i nostri pezzi.» 

Alberto: «La canzone che si chiama Platani ad esempio si doveva chiamare “E poi lo sai”, probabilmente è ancora salvata così da qualche parte.» 

Cosa vi ispira? 

Marcello: «In realtà, ciò che veramente ci ispira è cercare di ricreare un ecosistema gipsy che sappia parlare di libertà. 

Con il pezzo Lucciola, quando siamo in live, esasperiamo moltissimo la parte strumentale che ci ricorda atmosfere gitane di libertà espressiva. 

Queste atmosfere incontaminate ed aperte hanno influenzato l’estetica del videoclip di “Baby Moon. Nel singolo troviamo un sound più soul e meno gypsy, ma rimangono le contaminazioni tra lingue straniere nei testi. Dalle voci femminili ed il francese di Lucciola all’inglese di Baby Moon. Ci piace spaziare tra coordinate geografiche e modi di dire in altre lingue.

Ci piace spaziare tra coordinate geografiche e modi di dire in altre lingue. Ci piacciono le miscele e le fusioni tra elementi che non si assomigliano per creare contrasti dai confini aperti.» 

Alberto: «Ci ispirano anche elementi tribali tanto nell’estetica quanto nelle sonorità. Nel drop di “Baby Moonsono palesi le influenze che ricordano ritmi selvaggi, lontani dalla civiltà. Nel videoclip creiamo un contrasto tra ambienti claustrofobici e atmosfere incontaminate, senza limiti.» 

E per questo scegliete di esibirvi a piedi nudi? 

Alberto: «Beh, si forse anche per questo.» 

Federico: «No, è perché non sappiamo che scarpe mettere.»

Marcello: «Dai, diciamo che è una presa di posizione, perchè abbiamo fatto concerti scalzi anche quando pioveva e non era necessario. La scelta deriva dalle nostre estati. Di solito andiamo tutti insieme a Levanzo, venti giorni di vacanza. Un’isola della Sicilia dove domina la natura. Un ristorante, un bar e pochissimi abitanti. Ma d’estate si riempie di ragazzi che suonano, ballano. Ti ritrovi circondato dalla musica su di una superficie che non supera i 6 km². Mare e musica ovunque. 

Nei nostri pezzi volevamo ricreare quelle atmosfere in bilico tra il senso di libertà e la ricerca del sublime di fronte alla vastità della natura. Quei venti giorni all’anno sono il nostro momento di respiro. Dunque, abbiamo cercato di trasporli in musica. I piedi nudi sono un simbolo di quel posto.»

Alberto: «Si, Levanzo e le vacanze estive in quell’isola mi hanno insegnato che non voglio fare altro che il musicista nella vita. Potrò anche fare mille altri lavori, ma ciò che mi appartiene sinceramente è poter creare con la musica. Dunque, i Tamango sono una bella scusa, sono il mezzo necessario e sincero per galleggiare in superficie tra i biglietti del tram e gli impegni universitari.» 

Le vostre muse. 

Marcello: «Allora, mi divido tra il descrivere l’animo di una persona che conosco molto bene e le situazioni che osservo nelle vite altrui. Sono in bilico tra il “so chi sei e te lo racconto” e  il “non so chi sei, ma lo sto immaginando”. 

La ragazza che conosco da una vita c’è sempre in qualche parola nei testi; poi il resto si tratta di situazioni che vivo, osservo e scrivo.

Diciamo che anche Woody Allen è una musa. Amo l’uso delle parole e ammiro come il regista sappia usarle nelle sceneggiature, in maniera sapiente e precisa al solo fine di vivificare l’arte, parlando del niente. Studio filosofia, quindi, che altro devo fare se non parlare del niente? E poi, la mamma. D’altronde, senza di lei, non avremmo mai cambiato il titolo della canzone “Ombra Cinese.» 

Alberto: «Parlando di muse, credo che per i Tamango la vera musa sia la musica. Nel senso che tutti gli artisti e musicisti che ascoltiamo sono generatori di idee. Ascoltiamo tutte robe diverse, ma ci contaminiamo a vicenda. Personalmente ho una triade di artisti che ascolterei in loop. “Le tre J” : James Blake, John Mayer e Jack White.» 

Federico: «Sono d’accordo con Alberto, quando sentiamo qualcosa che funziona musicalmente cerchiamo di seguirla. Ed è un processo che si autoalimenta. Abbiamo orecchio per gli incastri che suonano bene, dunque cerchiamo sempre nuove cose che funzionano. Dei tre sono quello che ha ascoltato più rap Italiano ed elettronica, con Marcello ho scoperto il cantautorato, da Albi esperimenti riusciti bene, nonostante le differenze riusciamo ad incastrare bene stimoli comuni.» 

Ultima domanda: come funziona il vostro processo creativo? 

Crediamo che fare musica sia la più bella fatica che possiamo fare. 

Fatica nel senso che si tratta di un processo di lavoro distruttivo. Non siamo gli artisti che fanno cento canzoni e ne tengono dieci da mettere nell’album. Lavoriamo intensamente a tutti i pezzi che produciamo e li teniamo tutti, con infiniti ripensamenti e modifiche.

Creiamo e distruggiamo ciò che non funziona, con tanto impegno, energia mentale e tempo.
L’impegno deriva dal colmare l'incoscienza iniziale, dando una forma nitida ed un’organizzazione responsabile al processo creativo.

Crediamo anche nel valore che le persone intorno a noi possono offrire al progetto. Per l’ultimo singolo, Baby Moon, abbiamo lavorato insieme ad Andrea, in arte Mixbypunch per il mix and master. Fin da subito ci ha colpito la sua storia perché è riuscito a creare uno studio di produzione dal nulla a Milano e crede nel progetto almeno quanto noi.

Marcello: «Siamo un’equazione perfetta di variabili divergenti, mentre facciamo musica sappiamo come risolvere le nostre differenze.»

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Angelo Addessi

La vita e le emozioni rappresentate attraverso la rielaborazione digitale della fotografia

Angelo Addessi, classe 1957, nato a Formia e vive a Roma. Educato da due meravigliosi genitori, segnati nella vita dai tristissimi eventi della Seconda Guerra Mondiale, ha creduto sin da piccolo nei veri valori e profondi ideali della vita. Valori e ideali che lo hanno condotto quasi per mano ad arruolarsi minorenne nell’Arma dei Carabinieri.

Ha sempre creduto fermamente che l’Arma sarebbe stata la sua futura famiglia e così é stato. Contro il volere della madre, che lo lascia libero di decidere sulla propria vita, supera la selezione e si arruola nell’Arma dei Carabinieri fino a raggiungere nei decenni di carriera il grado apicale di Maresciallo Aiutante sostituto Ufficiale di Pubblica Sicurezza.

Ancora oggi ricorda con devozione gli anni di servizio a favore dell’Italia e della Collettività. Ciò che amava del suo lavoro era stare a contatto con le persone e sentirsi saldo riferimento per la vita sociale di un centro urbano. La sua carriera e le benemerenze acquisite negli anni, sono state premiate dal Presidente della Repubblica Italiana nel 1998 che gli conferì l’onorificenza di “Cavaliere della Repubblica Italiana”. Allo stesso modo ora ritrova gli stessi valori di servizio e condivisione nell’espressione artistica. I suoi lavori racchiudono le sfere più intime del suo carattere.

Angelo Addessi continua ora una seconda vita come artista. “Ho imparato che la mia vita è un’eterna lezione. Non ne ho mai abbastanza”, sono state le prime parole che mi ha saputo rivolgere non appena seduti, entrambi pronti per iniziare l’intervista.

Riconosciuto come artista contemporaneo a livello nazionale ed internazionale, opera una rielaborazione di immagini fotografiche originali attraverso software digitali di immediata disponibilità su device mobili e computer più comuni. Si concentra sulla rielaborazione di soggetti che appartengono alla sua quotidianità. 

Sono tangibili i richiami alla Pop Art per l’utilizzo della tecnica di stampa su tela. Ma i colori vividi e decisi richiamano l’impatto delle riproduzioni vignettistiche rielaborate ad olio su tela da Roy Lichtenstein, ingrandite, sgranate, estrapolate dal contesto fumettistico ed autosufficienti in solitaria.

Fin dai primi anni ‘60, due artisti iconici, Andy Warhol e Lichtenstein, fanno propri i metodi meccanici di stampa con il tentativo di democratizzare l’arte e farla scendere dal piedistallo élitario attraverso una riproduzione in serie di opere che immortalano soggetti “popular”, attrattori del vasto pubblico perché icone di un immaginario quotidiano, derivanti dall’esposizione frequente e ripetuta alla comunicazione pubblicitaria. L’opera d’arte perde la sua esclusività e ne acquista il pragmatismo di una società consumistica orientata alla produttività e al mercato.1

Angelo Addessi mi ha spiegato che, ispirandosi a quei maestri emblematici, utilizza la tecnica della stampa fotografica su tela ma con un percorso inverso a quello operato dagli artisti internazionali sopra citati. Egli riscopre l’emisfero emotivo attraverso la rielaborazione digitale del proprio archivio fotografico e poi la impressiona su tela. L’intento è quello di rendere la stampa, non più una riproduzione meccanica ed industriale ma un mezzo in grado di impressionare su tela l’emotività. Egli utilizza inchiostri stampati con una resa in alta definizione per far emergere i dettagli e la brillantezza dei colori. 

Attraverso la rielaborazione digitale di inquadrature quotidiane ne ritrova profili stilizzati dal colore saturo e contrastato. L’essenza delle inquadrature si rintraccia attraverso silhouettes dai colori vividi. Gli scatti perdono il proprio significato originale, trasformandosi in momenti espressivi di emotività e sensazioni personali. 

La stampa serigrafica si fa mezzo per trasportare l’emotività su tela abbandonando la sua caratteristica meccanica. La tela si fa istantanea che immortala le sensazioni ed i movimenti intimi dell’artista. 

Angelo modifica digitalmente un archivio fotografico quotidiano, pixel dopo pixel. I mezzi con i quali rielabora gli scatti sono a disposizione su qualsiasi shop virtuale di applicazioni. Dunque un mezzo a disposizione di tutti che egli ha fatto proprio per creare. Attraverso di essi esprime la propria personalità tenace dai confini netti. Nonostante il carattere saldo e sicuro, ho avuto l’onore di conoscere, attraverso questa intervista, un artista aperto al dialogo, un uomo curioso che mai smetterà di imparare e conoscere. 

Ha esposto le sue opere durante mostre di livello nazionale ed internazionale, è membro attivo del gruppo di artisti autodefinitosi MOSKA. Collabora con lassociazione Culturale non profit Art Experience di Salerno e fa parte degli artisti che hanno partecipato agli eventi fieristici organizzati da NEF, Nord Est Fair. 

Ci siamo incontrati e abbiamo fatto due chiacchiere insieme all’amica e artista contemporanea Nadia Turella. Ad ora, anche lei Spacc’Artista a tutti gli effetti

1Arte del Novecento 1945-2001“, Miriam Mirolla e Guido Zucconi, Mondadori Università, pag. 70-73 
Quando hai capito le tue necessità di espressione attraverso la fotografia digitale e la stampa ad alta risoluzione su cotone vegetale? 

Partendo dal presupposto che non sono fotografo, dico sempre che la mia passione è immortalare istanti per trasmettere emozioni e condividerle con chi le percepisce attraverso i miei lavori. Credo nel potere di fermare il tempo, per me la fotografia digitale è un mezzo per osservare il mondo e rielaborare le immagini per comunicare una sfera emotiva impercettibile ad occhio nudo. Credo nelle sintonie emotive, questi lavori mi permettono di instaurare una relazione con chi osserva attraverso un dialogo muto, fatto di emozioni e colori pieni, vibranti. 

Perché scegli il cotone vegetale come supporto per le tue stampe su tela? 

Il cotone è un materiale molto resistente che non si altera facilmente nel tempo, l’inchiostro che utilizzo per la stampa si addentra in maniera profonda tra il reticolo di fili. Utilizzo inchiostri naturali per le stampe su tela, che rimangono vividi e vibranti. Non avendo elementi sintetici nella composizione rimangono delicati sul tessuto, senza andare a minare la brillantezza del colore con una resa ad alta risoluzione. 

La qualità dei materiali è il mio primo obiettivo al fine di realizzare dei lavori durevoli nel tempo, come sono permanenti le foto digitali archiviate su un qualsiasi hard disk. I pixel rimarranno per sempre incastonati in quel file digitale, e potranno essere visionati in qualsiasi momento, almeno fin quando non sarà obsoleto il formato digitale che permette di salvare quei dati digitali. Ma credo che, anche quando il file risulterà illeggibile per un determinato computer, avremo sempre il modo di estrarlo e trasformarlo in un formato compatibile alternativo. 

Dunque, essendo i dati digitali costanti nel tempo, avevo l’intenzione di dare alle mie opere digitali un supporto fisico che potesse assomigliare ai supporti digitali nella resistenza durevolezza ed efficienza nel futuro. 

Ci vuoi parlare di un’opera in particolare che ti rappresenta e come l’hai realizzata? 

In ogni lavoro catturo attimi della mia vita con semplici scatti fatti con il cellulare. Come un pittore, elaboro l’immagine ma non utilizzo colori a tempera o ad olio. Li sostituisco con effetti di saturazione, contrasto, luminosità e valori tonali, bilanciamento dei colori per modificare i pixel. Il risultato sono quadri quotidiani a lunga durata. Perpetuo attraverso il digitale istanti che emanano vibrazioni non altrimenti percepibili. 

Un lavoro in particolare cattura un istante di vita passata. In gioventù, prima di arruolarmi, facevo il meccanico. Mi entusiasma tuttora capire il funzionamento dei motori. Mi piace il loro rumore e come tutti i pezzi si incastrano per formare un sistema che compie lavoro. 

L’anno scorso ho lavorato ad una fotografia, associata a disegno grafico in digitale, dal titolo “Introspezione” . Ritrae, in un’immagine vivida e vibrante, quel periodo con le mani sporche di olio e la voglia di comprendere ogni meccanismo. Ho fotografato un motore di un veicolo e poi ci ho lavorato sopra digitalmente modificando ogni pixel. 

In fondo, nonostante i miei 65 anni,  sono ancora un apprendista della vita, volo con la mente. Dalla meccanica adolescenziale ai sogni da adulto. Godo dei colori dettati dalla saggezza. Questo è il mio passato, ma anche il presente di chi ricorda. 

Non amo parlare troppo dei miei lavori perché preferisco che ne parli chi li osserva. Per questo ti ho portato alcune critiche che amici e colleghi hanno scritto su questo lavoro, almeno puoi avere uno sguardo più completo. 

Ultima domanda: Mi hai detto che fai parte di un gruppo di artisti che si autodefinisce MOSKA. Perché avete scelto questo nome? 

Beh, tu la conosci l’aneddoto su Giotto e Cimabue? Nessuno sa se sia realmente accaduto, le fonti sono incerte anche in merito al suo apprendistato nella bottega di Cimabue. Ma ne scrive il Vasari nella celebre opera Le Viteed io mi appello a lui come testimone. 

Un aneddoto a cui vogliamo credere perché racconta una forma autoironica di presentazione di sé e degli altri. Noi, artisti del gruppo MOSKA, vogliamo fare i seri senza prenderci troppo sul serio. 

Per questo motivo Giotto ci ha ispirato per la scelta del nome del gruppo. L’aneddoto narra che l’artista, eccellente nella sua tecnica, disegnò una mosca talmente tanto realistica sul dipinto di Cimabue che il maestro cercò di mandarla via scuotendo la tela. Quando si accorse che era  pittura, il maestro capì che l’allievo l’aveva superato e sarebbe stato in grado di camminare con le sue gambe. 

Vi lasciamo al link di seguito un articolo molto interessante sulla mosca nella storia dell’arte, scritto da Silvia Tomasi per CFArtsDove si posa la mosca, che il diavolo dipinge | Conceptual Fine Arts

Referenze e Link

Critiche artistiche scritte da parte di colleghi ed amici ad Angelo Addessi.

Arte del Novecento 1945-2001, Mirolla M. & Zucconi G. (2002). Mondadori Università.

L’Associazione Art Experience, (n.d.). Art Experience. Retrieved March 20, 2022.

Artisti CATS ArtePadova, (n.d.). Retrieved March 20, 2022.

Giotto :: arte italiana :: Galleria degli Uffizi, (n.d.). Uffizi Firenze. Retrieved March 20, 2022.

Dove si posa la mosca, che il diavolo dipinge, Tomasi, S. (2021, March 8). Conceptual Fine Arts. Retrieved March 20, 2022.

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Roberta Sciuto

Ha il mare dentro, negli occhi il fuoco.
Nella testa tante storie da raccontare. 

Nata a Santa Marinella, appassionata lettrice e giovane scrittrice emergente, Roberta Sciuto, classe 1997, ha appena pubblicato il suo ultimo romanzo, “Anime Comunicanti, con Porto Seguro Editore.

L’ultima opera letteraria di Roberta, “Anime Comunicanti” è avvincente e sensuale. Il romanzo è ribelle come lei. Delinea i confini di un cerchio fiabesco che non vuole essere circonferenza.
Si tratta di una storia cruda, appassionante, sensuale e credibile come lo sono i suoi personaggi. Tre fratelli maledetti che non scelgono di essere famiglia e lottano anche contro se stessi per liberarsi.

Un libro che non sarà facile dimenticare perché tocca sfere emotive intense. Di seguito il link se siete curiosi di scoprire di più:
Anime Comunicanti – Roberta Sciuto – Libro – Porto Seguro Editore | IBS 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei. Ci siamo sedute per tre ore in un bar nel quartiere romano di Monti ed è uscito qualcosa di bello. Di seguito potete trovare tutto ciò che ci siamo dette. 

Anime Comunicanti” ed i suoi personaggi. Ti rivedi nelle tre personalità divergenti o un personaggio ti rappresenta in particolare?

Allora, in generale, credo che sia importantissimo partire dalla propria esperienza per scrivere. E non perché non ci debba essere creatività o finzione. La scrittura è finzione, è disegnare immagini con le parole. Lo scrittore crea un universo di interazioni e di energie che si discosta dal tempo del mondo reale. Insomma, ci sono dei ritmi in un romanzo che non assomigliano alla realtà, ma ci si riflettono con intensità. Lo stesso accade nei film ed in altre opere narrative, cioè lavori che hanno il compito di raccontare storie. 

Tuttavia, mettere dei pezzi di vita nelle mie storie, sensazioni, suggestioni, esperienze personali, aiuta a delineare confini nella narrazione. Le bussole di esperienza diretta mi aiutano a scrivere con intensità e credibilità. Scrivere delle cose che conosci da una vita vuol dire che sai bene di cosa stai parlando, significa essere credibili agli occhi del lettore.

Dunque, sì, confermo, ogni personaggio ha un qualcosa di me, ha un guizzo di me. In “Anime Comunicanti” ad esempio Sael ha il mare. Come me è nata con l’acqua salata tra i capelli. Quindi ciò che mi lega a questo personaggio sono le immagini evocate dal mare. Quelle le ho viste tantissime volte nella mia vita e le ho rielaborate in modo tale che le stessero bene addosso.

Poi, con Sael ho dato vita ad un carattere molto diverso dal mio perché lei è un personaggio emotivamente sterile. Il suo nome in Arabo significa quel confine tra deserto e steppa”. 
Il dono soprannaturale di Sael, dalla pelle olivastra come alghe essiccate al sole, è gestire il calore e la salinità degli alimenti. Inoltre, colleziona ossi di seppia

Dunque in quest’ultimo romanzo vi sono molti “easter eggs” narrativi, dove per ogni personaggio ho scelto scientificamente dei nomi che hanno un proprio significato in altre lingue, un significato che li rappresenta fisicamente e caratterialmente. 

La scelta dei nomi è peraltro funzionale allo stile narrativo del romanzo, essendo esso evocativo di atmosfere fiabesche e dei suoi ritmi ancestrali. Ritroviamo le metafore ed i simbolismi propri della fiaba, esso ha un ritmo simmetrico e circolare come le favole, ma si conclude senza dover per forza unire i capi della circonferenza. 

I protagonisti sono tre fratelli che non si amano, perché non si sono scelti. La famiglia non si sceglie d’altronde. Si odiano e sono costretti a convivere negli stessi corpi a causa di una maledizione. 
Ma da dove proviene questa maledizione? 

Al centro del romanzo sono racchiuse dinamiche familiari sbagliate che prendono vita in una natura ancestrale, senza tempo, dove i suoi elementi si integrano e si sfidano con gli umani. Genitori che non sanno fare gli adulti, inermi di fronte a bambini potenti legati da una maledizione che non conosce tempo.  L’atmosfera è densa di mistero e magia. La natura che ritraggo è una madre cruda con i propri figli, un non-luogo senza coordinate geografiche, dove si deve costantemente combattere per sopravvivere. Una realtà violenta, come in una fiaba dalle tinte fosche

I tre fratelli, Erat, Sael e Reo,  fin dalla nascita sono attirati dal magnetismo della natura, si addentrano quindi nel bosco, ognuno cercando la propria strada. Ciascuno, attirato dalle fronde di un possente albero che vive di vita propria, si taglia con le schegge della corteccia. Ed in quell’istante la maledizione li tiene uniti per sempre. 

Un legame forte di sangue, ma anche di corpo, mente e spirito. I tre fratelli maledetti, sono ora costretti a vivere uno il corpo dell’altro. L’unica libertà che hanno è poter scegliere il corpo attraverso cui fare esperienza di quel mondo lontano, custodito tra le onde del mare e le cime delle montagne. 

Erat ad esempio, la sorella combattente, spietata, riconosce il corpo del fratello Reo come quello più adatto per sé. Lei si sente a suo agio in un corpo maschile, mentre Reo e Sael odiano fare esperienza del corpo della sorella perché la sua energia, cupa e temibile. rimane palpabile anche nella sua assenza. 

La maledizione dunque non ha una genesi, esiste e permane sulle anime dei tre fratelli. Un’unione di corpo e mente che allude ad un simbolismo prossimo al dialogo contemporaneo, ovvero la fluidità di genere ed il sentirsi meglio in un corpo che non ti appartiene dalla nascita.

In alcuni frammenti mi ricorda Baricco. Probabilmente per il fatto che ci ritroviamo immersi in un universo naturale senza tempo a picco sul mare, dove si incrociano destini intrecciati e “comunicanti”.

Ho letto tutto di Baricco, ma ti assicuro che è molto più violento. Lasciando stare Baricco, che mai mi stancherò di leggere, ho cercato di creare una sorta di cammeo per ogni capitolo. Ogni quadro è racchiuso in una cornice senza tempo. Le immagini sono fondamentali per me ed è per questo che il romanzo mi assomiglia. 

“Anime Comunicanti“ vuol essere un romanzo grafico, vuole evocare immaginari, vuole lasciare libero il lettore di vedere universi lontani, ma prossimi e credibili. È ambientato in un non-luogo, tuttavia i sentimenti dei personaggi sono umani e contrastanti. Per questo attraverso di essi ritrovo la credibilità a cui aspiro.

Anche nelle azioni dei personaggi ritroviamo immagini evocative delle proprie personalità, tutte e tre originali e divergenti: Sael ad esempio, è arida ed emotivamente sterile, raccoglie e colleziona ossi di seppia in riva al mare. Credo che in una narrazione efficace tutto debba essere utile. 

Sì, credo che la scrittura creativa sia anche ritagliare pezzi di vita donando loro ritmo, perché essa è azione. Ma anche le pause sono utili per creare dinamismo.  

Nel movimento narrativo e le sue strutture ritmiche, organiche, anche il realismo viene esagerato o ridotto a seconda delle necessità di scrittura. Altrimenti sarebbe una lista della spesa, un elenco telefonico monotono e anacronistico. 

Hai già pubblicato due romanzi. Il primo un’auto pubblicazione dal titolo “Il Ciclo delle Persone che sentono” (2018), mentre il secondo, edito dalla casa editrice Land Editore dal titolo “Luce, Oltre i Confini del Pensiero” (2021). 
Per la tue esperienze, saprai rispondere a questa domanda: Come scrivi e perché ti sei messa in testa di scrivere romanzi? 

Mi sembra sempre necessario scrivere nell’ottica di chi legge, dunque il mio compito è guidare l’attenzione del lettore su determinati elementi, lasciando dietro di me il superfluo. Per guidare è fondamentale avere le idee chiare, il rumore di elementi superflui non aiuta, tutto deve avere uno scopo nella narrazione, altrimenti non ha senso aggiungere pezzi. Un po ‘ come quando metti la sabbia in un retino, fluisce quello che passa attraverso, il resto rimane tra le maglie. Se ciò che rimane viene messo a forza, credo che risulti solo ed esclusivamente esercizio di stile. E l’esercizio di stile il lettore lo capisce, dunque sottovalutare chi legge è sempre una cazzata perché capisce sempre quando quell’elemento narrativo è sbagliato e poco utile. Dunque, mai sottovalutare chi sta osservando. 

Perché scrivo romanzi? Perché credo che tutti abbiamo bisogno di rifugiarci in mondi diversi a volte, ritrovandoci un riflesso di quello che conosciamo già.

Le tue ispirazioni, i tuoi maestri. 

Ho imparato da maestri iconici che è bene scrivere in modo implicito. 

A me piacciono le storie con pochi dialoghi. Ad esempio mi ispira il cinema orientale. Perché il modo di vivere i sentimenti è latente, celato tra le righe.

Ad esempio nel film del regista giapponese Wong Kar Wai dal titolo “In The Mood For Love” (2000)  ci sono pochissimi dialoghi, ma racconta tutto. Tutto ciò che c’è da dire su quel rapporto, su quella relazione, viene detto in maniera implicita attraverso lo sguardo. Non ci sono scene di sesso. Quel film è esattamente ciò a cui aspiro. 

Allo stesso modo mi ispira Ferro 3 (2004) di Kim Ki Duk, regista coreano che è venuto a mancare l’anno scorso. Regista e sceneggiatore meraviglioso. Un film fatto di silenzi, eccetto qualche parola che il personaggio è costretto a far uscire. Le azioni sono tutto. I gesti sono più carichi di senso rispetto alle parole, anche nella vita credo. 

I miei crucci personali sono i film romantici americani. Mi fanno cagare, gusto personale. Parlano troppo, e fanno poco di concreto. In amore, nella realtà come nella finzione, è necessario dimostrare, è necessario far vedere come ami. Perché le parole non bastano.

Credo che le parole svuotino l’intensità del momento e la sua tensione. I dialoghi fanno perdere il mistero che è necessario, nella vita come nella narrazione. 

Quando è che siamo veramente in panico? Quando le persone a cui teniamo non ci scrivono. Nel silenzio ci creiamo storie e film mentali. Nell’assenza della persona amata ne sentiamo il bisogno. Ci chiediamo il perché delle cose e creiamo altre narrazioni. Ecco lo stesso deve fare il cinema. Lo stesso deve fare un romanzo. Devono parlare poco e se parlano, lo devono fare tra le righe. 

Ma non siamo qui per spiegare come scrivere un romanzo, anzi ti dico che a breve inizierò a registrare dei contenuti multimediali  per la piattaforma Kit for You, un video corso su come sviluppare l’idea per creare una storia che sia inclusiva ed aperta al dibattito moderno. L’obiettivo sarà quello di spiegare come creare dei personaggi  “flesh and bones” in carne ed ossa, ovvero credibili.

Come definiresti i romanzi che si trovano nella tua libreria? 

Come dicevo prima mi piacciono le azioni sospese, mi piacciono le tensioni narrative. Dunque, i romanzi che preferisco sono quelli che lasciano con il fiato sospeso, perché sono efficaci nel guidare il lettore oltre l’ultima pagina letta. 

Mi piace leggere romanzi con uno stile molto definito e storie che mi fanno galleggiare in un contesto, in un’atmosfera, all’interno di un immaginario in cui mi posso specchiare. E così si crea uno scambio, un dialogo implicito tra chi scrive e chi legge. La me lettrice non ha bisogno di sentirsi raccontare tutto, parola per parola, in modo pedissequo. Leggo per immaginare e sognare. E scrivo ciò che mi piacerebbe leggere. 

Credo che L’Amica Geniale” (2011, Editore E/O) sia la saga una delle saghe più belle. Credo che Elena Ferrante sia una penna meravigliosa, intensa e cruda, con una grande padronanza di scrittura e del mistero narrativo. Amo il mistero nelle storie, come i segreti che la vita custodisce per il nostro futuro.

Il mondo editoriale ed i social: come la vedi?

Credo che risulti più semplice pubblicare un romanzo se si riesce a creare un personaggio sui social, che sia simpatico, divertente, con il giusto carisma. Perché a monte hai già persone potenzialmente interessate a comprarlo. 

Come autrice emergente e ragazza comune sto capendo il peso dei social e mi impegno molto anche per curare quell’aspetto. Ma non è semplice. Anzi è molto difficile e mi sono resa conto che il mio ruolo è anche quello di incuriosire ed invogliare a leggere. Ma mi ci impegno, perché anche quei numeri virtuali sembrano essere cruciali nel mondo editoriale di oggi.

Magari, credo che sia più semplice il percorso inverso a quello che ho scelto di fare io. Nel senso che è più semplice pubblicare un libro che vende bene con una casa editrice XY, se a monte ti sei già creato/a un personaggio pubblico sui social. E questo non vuole essere frutto di polemica, anzi, credo che sia semplicemente un dato di fatto comprovato da dati empirici nel mercato editoriale attuale.

Ultima Domanda. Il tuo consiglio di lettura. 

La "Trilogia della città di K.", stupendo perché ti lascia con il fiato sospeso

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Nadia Turella

Il potere dell’Arte per comunicare e sensibilizzare

Nadia Turella è portavoce di un tema tanto di un tema tanto delicato quanto terribilmente attuale: il femminicidio.

In tutte le sue opere Nadia affronta la violenza fisica, emotiva e psicologica. Attraverso la professione di avvocato civilista spesso si è trovata a gestire situazioni delicatissime partecipando, con grande rispetto e sensibilità, al dolore di tante donne, vittime abusate di ogni età e ceto sociale, che spontaneamente le confidavano una realtà terribile. In diversi casi, una realtà taciuta per vergogna o per paura.

Osservando le sue installazioni emerge una profonda sofferenza, ma al tempo stesso la volontà di denunciare il crimine.

Perché credi che l’Arte possa essere il mezzo di sensibilizzazione? 

Ritengo che l’arte sia decisamente un ‘ponte’ che attraverso le sue diverse espressioni artistiche (danza, musica, pittura, scultura, fotografia, recitazione, lettura, poesia, moda, cinema, artigianato, sartoria, pelletteria, bigiotteria, gioielleria, fumettistica etc..) riesce a superare confini di lingua, religione e cultura. 

L’obiettivo primario è il - non dimenticare -, ricordando i volti, i nomi, i sogni e le paure, delle donne uccise, di quelle miracolosamente rimaste in vita, ma offese nel corpo e nella mente e di quelle dichiarate scomparse.

Attraverso l’arte interagisco con molti giovani, ragazzi e ragazze delle scuole medie e superiori. Nelle micro società, rappresentate dalla famiglia e dalla scuola, l’individuo si forma ed inizia a relazionarsi con il prossimo. Pertanto, ritengo che sia di grande importanza l’insegnamento già in tenera età – come all’asilo – del valore della vita, che non deve essere mai mortificata, così come l’insegnamento delle regole per un corretto comportamento nel rapporto con il mondo femminile. 

Nadia Turella come artista: Quando e come ha avuto la sua genesi. 

Nel mese di novembre del 2016 fui contattata da Isabella Freccia, scrittrice calabrese che personalmente non conoscevo. Lei conosceva i miei lavori artistici sul tema della donna, sia come esaltazione della sua bellezza in quanto tale che come vittima di violenza domestica. La presentazione del suo quinto libro dal titolo ‘Quell’amore che profumava di giuggiole’ si sarebbe celebrata il pomeriggio del 3 dicembre 2016 presso la storica libreria ‘Altroquando’ nel cuore di Roma, vicino Piazza Navona. 

Durante la serata presentai due mie installazioni dal titolo Bella da morire e L’ultimo battito di Ali. Spiegai il loro significato ed era in chiara contrapposizione con il contenuto del suo lavoro che, al contrario, era un inno all’amore. 

Tutto iniziò quindi per caso. Solo successivamente ho iniziato a svolgere uno studio di ricerca e approfondimento sul tema del femminicidio per il quale ancora oggi vengo invitata, come relatrice, nelle scuole medie superiori - per il momento - della provincia di Latina e in particolare nel paese di Sabaudia, Terracina, Fondi - al fine di sensibilizzare un giovane pubblico che va dai 14 ai 18/20 anni: studenti che hanno l’età non solo per essere orfani di femminicidio, ma anche l’età per essere vittime e carnefici.

In queste occasioni, mi presento sia come avvocato civilista del foro di Roma che come artista, proiettando i miei lavori, leggendo due mie poesie e donando, come ricordo dell’incontro, un braccialetto rosso realizzato con un filo di lana, uno dei tanti simboli che denunciano il crimine. Il mio gratuito intervento ha come titolo ‘Il Femminicidio visto attraverso gli occhi dell’arte’.

Quali sono le fonti d’ispirazione a cui attingi ed i grandi maestri che hanno formato il tuo bagaglio artistico e tecnico? 

Mi ritengo autodidatta, Sono una semplice esecutrice, quasi mai un’artista. 

I miei lavori sono definiti ‘installazioni’ e credo nell’arte del riciclo dei materiali di ogni genere. Uso materiali diversi (glitter, perle, pietre, filo di acciaio, plastica, tinta acrilica, colla, sassi, legno, conchiglie, chiodi, stoffa, carta e altro) e tecniche diverse.

I miei punti fermi sono stati i lavori di grandi artisti nazionali e internazionali che hanno fatto la storia dell’arte moderna e contemporanea di ieri e di oggi. Ne cito solo alcuni: Andy Warhol, Lushka Gedmond, Mario Schifano, Mimmo Rotella, Fernandez Arman, Lucio Fontana, Alberto Burri, Vladimirov Christò e Domenico Paladino.

Realizzo lavori di scultura, pittura, fotografia e ultimamente ho scritto poesie e racconti. 

Quali per tecniche prediligi le tue installazioni? 

Sicuramente la plastica, che lavoro con la tecnica della combustione o accartocciamento utilizzando un particolare phon che mi permette di creare solchi e drappi. La temperatura arriva fino a 1000 gradi e mi aiuto con strumenti per modellarla fino a quando è molto calda.

Spesso sono costretta a utilizzare le dita delle mani che purtroppo non posso coprire con guanti perché non riuscirei a sentire la materia. Questo mi impedisce di realizzare molti lavori in contemporanea. L’altro elemento che spesso utilizzo è la tinta acrilica e la carta dei quotidiani.

Una delle tue opere in particolare mi ha colpita. Il titolo dell’installazione è “L’Ultimo battito di Ali”.
Potresti raccontarci la storia dietro l’opera? 

Per me è sempre molto doloroso e commovente spiegare il significato di questo lavoro, mentre lo realizzavo perdeva la vita Federica de Luca a Taranto il 7 giugno del 2016 insieme al suo piccolo Andrea. 

Federica de Luca (una mamma di 29 anni) e il suo piccolo Andrea (di quasi 4 anni) vennero uccisi dal marito e padre suicida Luigi Alfarano (di 50 anni). 

Appresi la morte di queste due persone (non le conoscevo personalmente) tramite i telegiornali mentre lavoravo all’installazione. Nello stesso momento ricevevo una telefonata, rotta dal pianto e dalle urla. Dall’altra parte della cornetta, una mia cara amica di Roma, ma di origine tarantina, che aveva cresciuto Federica come una zia. Era una sua cara amica e del piccolo Andrea. Conosceva bene anche i genitori di Federica, che in poche ore perdevano l’unica figlia e l’unico nipote. 

L’intero paese di Taranto era sgomento per quanto accaduto. La prima puntata di ‘Amore criminale’ – presentato dalla conduttrice e attrice Veronica Pivetti –  fu dedicata alla storia della bella e giovane Federica De Luca con la terribile ricostruzione della sua storia. I suoi genitori Rita Lanzon ed Enzo De Luca oggi dedicano la loro vita al ricordo della figlia e del nipotino, presentandosi in trasmissioni televisive, come ‘Porta a Porta’ e ‘Domenica in’, affinché Federica non venga dimenticata e perché la loro storia possa essere d’aiuto a quelle donne che ancora oggi vivono una pericolosa difficoltà.

Pensando a Federica ho intitolato l’installazione ‘L’Ultimo battito di Ali’

Federica amava le farfalle che sono il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Il significato del lavoro è l’effetto che causa l’acido su di un corpo con l’aggiunta di diverse pennellate di tinta acrilica rossa per ricordare il sangue. Federica è stata uccisa in maniera diversa, eppure questo lavoro lo sento realizzato per lei. 

Quando hai capito che saresti dovuta arrivare ai giovani attraverso la tua arte in qualità di relatrice nelle scuole medie e  superiori? 

So bene di essere un chicco di sabbia in pieno deserto, ma credo che i giovani siano la parte più delicata e preziosa della società. Sento di doverlo fare in quanto donna e in quanto in vita al solo fine di dare voce a chi voce non ha più.

Gli apprezzamenti che ho ricevuto in privato dai familiari di alcune vittime, e da alcune donne sopravvissute che mi ringraziano, mi invitano ad andare avanti su questa strada, rappresentando per me una grande gratifica. 

Mi hai raccontato che le vittime indirette di violenza domestica, come i figli all’interno del nucleo familiare, spesso trovano il coraggio di esporsi parlando in terza persona, come se le proprie esperienze appartenessero ad un’amica o un amico. 

Credi che, anche esporsi in terza persona, possa essere già un passo di liberazione dalla violenza subita?

Mi è capitato spesso che i giovani intervengano parlando in terza persona. Non escludo MAI che stiano parlando di loro, e non di una loro cara amica. 

Spesso capita che nel pubblico ci siano ragazze molestate dal proprio genitore. Di questa terribile realtà ne vengo a conoscenza dietro una segnalazione riservata. Di conseguenza, il mio intervento – che spesso dura anche due ore – deve necessariamente essere leggero, scorrevole, coinvolgente, a tratti anche divertente dato che mi rivolgo ad un pubblico di giovani che si presentano incuriositi dai temi non solo artistici, ma anche legali. La leggerezza si concretizza quando parlo del contributo della musica, dello sport, dei ‘flash mob’ da parte dei giovani, ma anche della fumettistica e della gioielleria nazionale e internazionale. Proietto video e slide.

Il parlare in terza persona è sempre un buon inizio. Non è detto che possano farlo per aiutare qualcuno ‘nascosto’ nel pubblico e comunque mi rendo sempre disponibile a parlarne in privato con l’interessata/o. 

Nonostante abbia venticinque anni di carriera come avvocato, non è mai semplice raccogliere questo genere di denuncia o di testimonianza, in particolare quando provengono da giovani. 

Credo che il dialogo sia fondamentale. Quando viene a mancare si presenta il pericolo. È necessaria la vicinanza. Mai devono sentirsi soli, dimenticati, non curati. 

Cosa è il Progetto Donna? 

Nel mese di ottobre del 2019 ho ricevuto l’onore di essere nominata presso la Suprema Corte di Cassazione di Roma come membro componente di una Commissione che porta il nome di ‘Progetto Donna’, dove diverse colleghe (civiliste e penaliste) svolgono un grandissimo lavoro a tutela delle donne. Il tutto coordinato da Avv. Angelica Addessi, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma  e Responsabile della Commissione Progetto Donna. 

Presumo che questa nomina mi sia stata attribuita per il lavoro di sensibilizzazione che da diversi anni sto svolgendo gratuitamente e spontaneamente nelle scuole, al solo fine di denunciare un crimine tanto efferato quanto terribilmente attuale e costante. Durante gli interventi sono spesso affiancata da relatori che sostengono la mia stessa missione in campi professionali diversi. Ho avuto l’onore di incontrare e conoscere psicologi, sociologi, criminologi, professori, magistrati, Autorità delle Forze dell’Ordine e sindaci, romanzieri, giornalisti che, come me, trovano nel dialogo un ponte per non soccombere al silenzio. 

In Italia una donna ogni tre giorni viene uccisa. Durante gli ottantasette giorni di lockdown da coronavirus - marzo / giugno - sono state uccise in Italia due donne ogni tre giorni, con un contestuale drammatico aumento anche delle violenze sessuali e dei maltrattamenti.

Referenze e Link youtube

Intervista rilasciata da Lazio TV negli studi di Terracina (Latina): trasmissione dal titolo ‘Meo Patacca’ del giorno 24 novembre 2020 – puntata 53 della durata di 30 minuti condotta da Germano Bersani
https://www.youtube.com/watch?v=mWZtWjceLzw

Intervista rilasciata on line dalla trasmissione dal titolo ‘Miraggiodilux – Fotografia ed emozioni’ del 07 novembre 2021  – incontro n. 307  – della durata di 1 ora  condotta da Lucio Russo (dall’Austria). In diretta contemporanea a Roma con la radio ‘IoGiornalistaTV’.  https://www.youtube.com/watch?v=T4l-JZ2AQ74

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